YOGA: Forma ed essenza

Si avvicendano nelle pratiche di yoga figure sfuggenti, icone corporee che scivolano l’una nell’altra, a volte si arruffano, si sciolgono e si ricompongono, si toccano, si fermano, qualche istante, pochi minuti, con grazia si dissolvono e nuovamente dal nulla si ricreano. Ancora si rincorrono, si alternano, si aprono, si chiudono, si riempiono e si svuotano.

Sono forme. Forme di corpi che si cercano, si ascoltano, si studiano, si conoscono!

Forme di corpi che si costruiscono, si modellano, si raffinano come creta sotto il tocco di mani che forgiano, come vetro che rinasce per volontà di un soffio che lo definisce nello spazio.

Forme. Solide creature sostenute dal respiro o vacui tentativi di somigliare ad una idea. Ad ogni modo esse si susseguono: immagini che si srotolano come pellicole di cortometraggi sul tappeto del proprio volo pindarico. Nella ricerca di plasticità nello spazio, esse scandiscono la ritmicità del tempo.

Yoga. Una parola magica il cui significato sfugge, evanescente come ombre cinesi che si dispiegano, mutevoli, oltre il velo delle apparenze.

Yoga. Una realtà insondabile che si rincorre, sconosciuta, senza volto, silente promette meraviglie, quasi inafferrabile accarezza i contorni, superfici di corpi sospesi sul limitare di mondi. Esso appare, lascia vestigia della presenza in un riflesso chiaro di beatitudine, di distensione, di muscoli sciolti e vigili, respiro sottile, mente liscia; infine sparisce, appena in tempo perché non gli sia carpita una parola di più oltre il silenzio che induce.

E nuovamente è caos, pensieri che viaggiano come treni in corsa a stazioni di passaggio, muscoli che vibrano nella contraddizione di impulsi che sfuggono, respiri che si rompono, ritmi che si spezzano. Cacofonia interna che infrange, come sasso nello stagno, un attimo dilatato nel tempo di immobilità … di eternità. Come giganti si ricade a terra, nel limite della propria meravigliosa umanità.

Ma, resta un ricordo, una certezza che vacilla tra la suggestione e la pretesa di verità. Da quella si riparte e si ricostruisce una nuova forma alla ricerca dell’essenza.

Ecco cosa siamo, Sostanza, definita da una Forma voluta da una Essenza!

Sostanza, forma, essenza. Sostanza, forma, essenza. Sostanza… forma… essenza.

Tre piani non disgiungibili nella realtà dell’essere che si manifesta.

Lo Yoga gioca divertendosi a confondere, separa, unisce, dice, tace, mostra, vela, svela, rivela. Il tutto è un attimo, una frazione di secondo in cui tutto è stato il contrario di tutto, dove niente è vero, ogni cosa possibile, la verità un divenire interminabile di un flusso, un’assenza costante di senso, o più probabilmente un concetto assoluto come un motore immobile oltre il cielo delle stelle fisse.

E noi ci ritroviamo sul tappeto a giocare, come piccoli, con le forme da capire, da incastrare, riconoscere e rifare.

Lo yogin, sciocco o ardito Icaro che si dibatte per uscire dal ristretto labirinto della mente governata dalla bestialità del Minotauro? Intanto si avvicina al Sole del Sapere, sapendo di ricadere, sperando di risalire per sciogliersi come cera evaporando.

Ogni pratica è un tentativo di volo, è il conato disperato di vincere il proprio limite superando l’angusto spazio del proprio ego. Creando, ascoltando, percependo.

Ogni volta si ricomincia dalla Sostanza. Pesante materia che risponde al principio inerziale, oscura massa, densa e promiscua, vulnerabile e corrotta, volgare, grossolana, rapace, degenerata e putrida, eppure feconda e florida, odorosa e produttiva, generosa e vorace, compatta e friabile, secca o umida, essa è sostanza, sostegno dell’esistenza, condizione ultima dell’essere perché l’essere si manifesti. Noi siamo massa e forse niente saremmo se massa non ci fosse. Oppure no. Saremmo, saremmo comunque, saremmo un qualcosa che si stende tra la dimensione tangibile, appena prima che si possa toccare, e la dimensione pensante, subito dopo che qualcuno ha pensato.

Eppure non siamo solo fango, non siamo solo matassa vischiosa di liquidi e sostrati di molecole che procedono in disconnessi processi individuali.

Noi siamo Forma, ognuno ha la sua secondo un progetto genetico, un codice, una formula, che lo accompagna dal primo istante, che lo distingue, gli dà l’identità. La forma. Rupa, dicevano gli ariani. Un vuoto contenuto sterile ed astratto? Semplice necessità della materia? O principio superiore nel mondo platonico delle idee? Qualsiasi cosa sia, essa esiste ed è la dimensione verticale della realtà, che si interseca con quella piana della sostanza.

Di ogni cosa essa è l’aspetto superiore, intelligibile, il pensiero che precede l’azione, l’idea ontologica delle realtà.

Ecco il senso oscuro delle forme: principi concettuali e causali che agiscono sulla materia; ecco perché lo yogin si cimenta assiduamente nello sforzo continuo di conciliare forma e sostanza.

Il suo è lo sforzo di dominare cause opposte, principi che hanno direzioni vettoriali diverse: l’asana è la perfetta sintesi!

Ma l’asana non è riducibile ad una semplice posizione, né può pensarsi come mera estetica corporea. L’asana è un’occasione, una possibilità, una dimensione. Ed è ancora di più, è una formula, un concetto, un principio, un’architettura cosmica, un’epifania cosmologica. L’asana è uno strumento di magia e lo yogin è il bagatto!

Assumere una forma significa identificarsi, comprendere, vedere, vivere nella propria sostanza il principio che sottende alla forma stessa, realizzare nel corpo i rapporti di forza che definiscono il concetto.

Ogni asana è un nuovo progetto corporeo, in cui tutto l’insieme umano si ridisegna, si rimodella secondo schemi ogni volta nuovi, secondo principi che ribaltano i piani dell’essere. Il corpo, il respiro, il moto dell’animo e la mente si relazionano con una nuova possibilità di esistere in quanto altra realtà soggettiva complessa ed in ogni modello che interpretano scatenano, come in uno psicodramma, reazioni e convenzioni diverse.

All’interno dell’asana, la prima evidenza è la sostanza. La massa di muscoli, di liquidi, di visceri, strutture ossee, i legamenti, la pelle. In ogni posizione la realtà materiale sbaraglia i sensi, li eccita, li ottunde di pienezza. Quasi una sensazione avida di corporeità che nasce dalla percezione di essere massa. Ed insieme, insorge il fastidio della goffaggine, della pesantezza, del limite di articolazioni che non si rilasciano, di muscoli che non si stirano o di una sottile vibrazione dell’ansia che si muove tra il cuore ed il diaframma. Poi tutto si assesta, il corpo ha capito, ha ricevuto un ordine e si predispone, l’ordine è una forma. Cerca, con la sua intelligenza, la via più economica per realizzarla. La via è quella del respiro, la vita sottile che si muove nei sotterranei della nostra carne. Il corpo si modella sotto l’incessante andirivieni del respiro ed il progressivo rarefarsi dei pensieri che strutturano la materia mediante le tensioni. Esse si sciolgono e l’insieme cede. A quel punto resta l’ossatura dell’asana: i suoi punti di forza, le sue volte, i fulcri, i pilastri, le leve, i centri propulsori della dinamica o della forza statica. Dietro ad un’immagine corporea, plastica ed estetica, la mente - in un processo di astrazione - sintetizza e scarnifica la forma ricercando le leggi che la governano e la determinano.

In un attimo in cui gli opposti si risolvono e gli equilibri si sospendono, lì dove il tutto si riduce ad un punto, ogni cosa può divenire chiara, esatta, perfetta.

Nel tempio dell’asana, nel silenzio dell’immobilità, si rivela il disegno ed oltre il disegno appare l’Idea, principio generativo da cui è proceduta la forma. Ogni asana è una geometria perfetta, è matematica che si manifesta; è una chiave, un codice, un progetto genetico, una identità archetipale.

La mente, padrona del suo corpo, aderisce alla sostanza, prende e comprende ogni forma, poiché ne assume la sembianza. Nel tempio dell’asana, la mente incontra il dio di quella forma ed entra nei recessi della conoscenza. La forma schiude la dimensione dell’Essenza ed apre al regno della Coscienza.

Ludovica Colli